Un cocktail può essere molto semplice: pochi ingredienti, ghiaccio, le giuste proporzioni.
Ma dietro alcuni cocktail c’è un lavoro che va molto oltre l’esecuzione di una ricetta. Si studiano distillati, ingredienti, aromi, tecniche, temperature e consistenze. Si prova, si corregge e qualche volta si riparte da capo.
È qui che entra in gioco una parola diventata sempre più comune nel mondo dei cocktail: mixology.
Il termine viene spesso utilizzato per descrivere la parte più creativa e sperimentale del lavoro dietro al bancone. Ma la mixology non significa semplicemente preparare cocktail complicati. Alla base rimane sempre la stessa domanda: come mettere insieme ingredienti diversi e trasformarli in un drink che abbia equilibrio, carattere e una propria identità?
Cos’è la mixology?
La mixology può essere considerata lo studio della costruzione del cocktail.
Significa conoscere le caratteristiche di gin, rum, whisky, tequila, vermouth, bitter e liquori, ma anche capire come questi ingredienti reagiscono quando vengono combinati con agrumi, frutta, erbe, spezie, tè, caffè e molte altre componenti.
A questo si aggiungono tecnica, temperatura, ghiaccio e diluizione. Anche una variazione apparentemente minima può cambiare profondamente il risultato finale.
Per questo mixology e cocktail sono strettamente legati, ma non sono esattamente sinonimi. Preparare bene un cocktail significa saper eseguire una ricetta. La mixology guarda anche a ciò che viene prima: ricerca, sviluppo e costruzione della ricetta stessa.
Da dove nasce la mixology?
L’idea di studiare e codificare la preparazione dei cocktail non è recente quanto potrebbe sembrare.
Già nell’Ottocento, con la crescita della cultura del bar e la pubblicazione dei primi manuali dedicati ai drink, iniziarono a essere raccolte ricette, tecniche e proporzioni. Il cocktail cominciava così a sviluppare un proprio linguaggio.
Uno dei nomi più importanti di questa storia è Jerry Thomas, bartender americano che nel 1862 pubblicò How to Mix Drinks, uno dei primi grandi riferimenti scritti dedicati alla preparazione dei cocktail.
Da allora la cultura del cocktail ha attraversato epoche molto diverse. Alcune ricette sono diventate grandi classici, altre sono scomparse, altre ancora sono state recuperate e reinterpretate dai bartender contemporanei.
La mixology moderna nasce anche da questa eredità: conoscere ciò che è stato fatto prima per capire dove è possibile andare dopo.
Dai cocktail classici alla mixology contemporanea
Negroni, Martini, Manhattan, Daiquiri, Margarita e molti altri grandi cocktail continuano a essere fondamentali perché hanno strutture precise e riconoscibili.
Per un bartender rappresentano quasi una grammatica.
Conoscere l’equilibrio tra parte alcolica, dolcezza, acidità e amarezza permette infatti di comprendere perché determinate ricette funzionano e come possono essere reinterpretate.
La mixology contemporanea parte spesso proprio da qui. Un cocktail conosciuto può essere scomposto, osservato e ricostruito utilizzando ingredienti differenti, senza necessariamente perdere il legame con la struttura originale.
È uno dei motivi per cui oggi in un cocktail bar possiamo trovare fianco a fianco grandi classici e cocktail d’autore completamente nuovi.
Cosa rende un cocktail un cocktail d’autore?
Aggiungere un ingrediente insolito non basta.
Un cocktail d’autore dovrebbe avere un’idea riconoscibile e, soprattutto, funzionare nel bicchiere.
La ricerca può partire da un distillato, da un aroma, da un ingrediente stagionale, da un ricordo oppure dalla reinterpretazione di un cocktail classico. Da quel punto inizia un processo fatto di prove e proporzioni.
Alcuni ingredienti vengono eliminati, altri modificati. Una componente può essere infusa, un aroma può essere utilizzato in una forma diversa, la dolcezza può essere ridotta o l’amarezza accentuata.
Il cliente, naturalmente, non deve pensare a tutto questo mentre beve.
La complessità appartiene alla preparazione. Nel bicchiere dovrebbe rimanere soprattutto un cocktail piacevole, equilibrato e riconoscibile.
Mixology a Milano: una cultura del cocktail sempre più ampia
Negli ultimi anni la cultura del cocktail a Milano ha dato sempre più spazio alla ricerca e alla sperimentazione.
Accanto ai grandi classici, molti cocktail bar propongono drink originali costruiti attraverso ingredienti meno convenzionali, tecniche contemporanee e interpretazioni personali dei bartender.
I Navigli fanno naturalmente parte di questa scena. Il quartiere rimane uno dei punti di riferimento della vita serale milanese, ma bere un cocktail sui Navigli oggi può significare esperienze molto diverse: dal classico aperitivo a una drink list pensata come un vero percorso.
Ed è proprio in questa seconda direzione che si inserisce UGO.
Come UGO interpreta la mixology
Da UGO Cocktail Bar – Bistrot, in Via Corsico sui Navigli, la mixology non viene presentata come un esercizio tecnico fine a se stesso.
La drink list Cocktail 2026 Odyssey utilizza invece la ricerca per costruire un viaggio. Ogni proposta possiede una propria identità e mette insieme distillati, ingredienti e riferimenti alla cultura classica del cocktail con combinazioni meno prevedibili.
Gin, whisky, tequila, mezcal, rum e vodka incontrano elementi come tè, foglia di fico, rosa, betulla, mirtillo selvatico, crisantemo, caffè e amarena. Alcuni cocktail partono inoltre da strutture conosciute – dal Negroni al Manhattan, dalla Margarita allo Spritz – per prendere poi una direzione differente.
È un modo di intendere la mixology che parte dalla conoscenza dei cocktail classici ma non si ferma alla loro riproduzione.
La tecnica rimane dietro al bancone. Quello che arriva al cliente è il risultato della ricerca.
Cocktail d’autore e grandi classici possono convivere
La crescita della mixology non ha reso meno importanti i cocktail classici. È successo quasi il contrario.
Più aumenta la possibilità di sperimentare, più diventa importante conoscere le basi.
Anche nella proposta di UGO questa relazione rimane evidente. La drink list affianca le creazioni contemporanee a una selezione di classici e agli UGO’s Classics, cocktail diventati parte dell’identità del locale.
Per chi beve significa poter scegliere. Si può cercare qualcosa di conosciuto oppure lasciare che un riferimento familiare diventi il punto di partenza per scoprire qualcosa di nuovo.
Dove bere cocktail d’autore sui Navigli
Cercare un cocktail bar sui Navigli non significa necessariamente cercare soltanto un posto dove bere qualcosa.
Per chi è interessato alla mixology, anche la drink list può diventare parte dell’esperienza: racconta il modo in cui un locale interpreta i cocktail, quali ingredienti sceglie e quanto spazio lascia alla sperimentazione.
Da UGO Cocktail Bar – Bistrot in Via Corsico, la risposta prende la forma di un’odissea: cocktail classici, reinterpretazioni e creazioni d’autore costruiscono una drink list che parte dalla cultura della miscelazione per sviluppare un linguaggio proprio.
Perché alla fine la mixology non serve a rendere un cocktail più complicato.
Serve a capire quanto lontano si può andare partendo da un bicchiere, pochi ingredienti e una buona idea.








