Un cocktail con dodici ingredienti, una preparazione elaborata e una presentazione spettacolare può certamente attirare l’attenzione. Ma quando arriva il momento di assaggiarlo, tutto questo conta davvero? Negli ultimi anni la mixology ha ampliato enormemente le proprie possibilità. Infusioni, chiarificazioni, fermentazioni e tecniche prese in prestito dall’alta cucina hanno trasformato il lavoro dietro al bancone. Eppure, alcuni dei cocktail più apprezzati continuano a essere preparati con tre o quattro ingredienti. Non è una contraddizione. È il segno che, anche nella miscelazione contemporanea, la complessità non è necessariamente sinonimo di qualità. La semplicità è una scelta, non una scorciatoia Pensiamo al Daiquiri. Rum, lime e zucchero. Tre ingredienti che, nelle mani giuste, danno vita a uno dei cocktail più eleganti della storia della miscelazione. Oppure al Martini, dove gin e vermouth costruiscono un equilibrio fatto di sfumature, temperatura e precisione. O ancora al Negroni, diventato un simbolo internazionale proprio grazie a una struttura essenziale e riconoscibile. Questi cocktail dimostrano che una ricetta breve non è necessariamente una ricetta facile. Anzi, quando gli ingredienti sono pochi, ogni errore diventa più evidente. Non esistono elementi superflui dietro cui nascondere una proporzione sbagliata o un distillato poco adatto. Quando la tecnica diventa invisibile Una delle qualità più interessanti di un buon bartender è la capacità di rendere naturale qualcosa che richiede esperienza. La scelta del ghiaccio, la temperatura del bicchiere, il tempo di miscelazione e la diluizione modificano profondamente il risultato finale. Sono dettagli che il cliente potrebbe non notare, ma che riconosce immediatamente al primo sorso. Nella mixology contemporanea, la tecnica non deve necessariamente diventare protagonista. Può rimanere dietro le quinte, al servizio del gusto. Il risultato migliore non è sempre quello che richiede una spiegazione di cinque minuti. A volte è semplicemente un cocktail che funziona perfettamente. Cocktail d’autore: creatività significa anche sapere cosa togliere Quando si parla di cocktail d’autore, è facile immaginare ricette complesse, ingredienti insoliti e abbinamenti sorprendenti. La creatività, però, non consiste soltanto nell’aggiungere qualcosa di nuovo. Un bartender può partire da un’idea ricca di elementi e scoprire, durante le prove, che il risultato migliora eliminandone uno. Un aroma diventa più riconoscibile, una nota amara trova il proprio spazio e il distillato torna a essere protagonista. È un processo simile a quello di molte altre discipline creative: il lavoro più difficile, qualche volta, è capire quando fermarsi. Un cocktail ben costruito non deve dimostrare quante cose sappia fare chi lo prepara. Deve avere una propria identità. Il gusto prima della presentazione L’aspetto visivo ha assunto un ruolo importante nella cultura contemporanea del cocktail. Bicchieri particolari, decorazioni elaborate e colori sorprendenti sono diventati parte dell’esperienza. Una presentazione curata può valorizzare un drink, anticiparne il carattere e renderlo immediatamente riconoscibile. Ma esiste una differenza tra una presentazione che accompagna il cocktail e una che cerca di sostituirne la sostanza. Il momento decisivo rimane quello dell’assaggio. È lì che si capisce se gli ingredienti hanno trovato un equilibrio e se la ricetta mantiene ciò che l’aspetto promette. Un cocktail può essere bellissimo da fotografare. Per essere ricordato, però, deve prima di tutto essere piacevole da bere. La semplicità nella cocktail culture di Milano Milano è una città in cui la cultura del cocktail continua a evolversi. Accanto ai grandi classici trovano spazio nuove interpretazioni, drink list tematiche e proposte che esplorano ingredienti e tecniche differenti. Per chi cerca un cocktail bar a Milano, questa varietà rappresenta una possibilità interessante: scegliere tra esperienze molto diverse senza rinunciare alla qualità. Ma proprio in un panorama così ricco, la capacità di costruire un cocktail riconoscibile diventa fondamentale. Non è necessario che ogni drink sorprenda attraverso la complessità. Alcuni conquistano per la loro freschezza, altri per la profondità aromatica, altri ancora per una combinazione particolarmente riuscita di ingredienti familiari. UGO e la ricerca di un’identità nel bicchiere Da UGO Cocktail Bar – Bistrot, in Via Corsico sui Navigli di Milano, la ricerca sui cocktail si esprime attraverso la convivenza tra grandi classici e creazioni originali. La nuova Cocktail Odyssey 2026 racconta questo approccio attraverso una carta ispirata ai pianeti, nella quale strutture conosciute diventano il punto di partenza per interpretazioni personali. È il caso di Uranus, che riprende l’identità dell’Espresso Martini e la sviluppa attraverso vodka, caffè, Amaro Nonino e amarena. Un esempio di come la creatività possa partire da un riferimento familiare e costruire un carattere differente senza perdere il legame con il cocktail originale. L’obiettivo non è rendere ogni drink più complicato, ma trovare il modo più interessante di esprimere un’idea. Un buon cocktail non deve dimostrare nulla Forse è questo il paradosso più interessante della mixology: più cresce la conoscenza tecnica, più diventa importante sapere quando non utilizzarla. Ci sono cocktail che richiedono preparazioni lunghe e sofisticate, altri che nascono dall’incontro di pochi ingredienti. Entrambi possono raggiungere risultati straordinari. La differenza non è nel numero di passaggi o nella complessità della ricetta, ma nella coerenza del risultato. In un buon cocktail bar sui Navigli, come in qualsiasi altro luogo dedicato alla miscelazione, la vera qualità emerge quando tecnica, ingredienti e creatività lavorano nella stessa direzione. Perché alla fine un cocktail non deve impressionare chi lo beve. Deve semplicemente fargli venire voglia di assaggiarne un altro sorso.
Uranus: The Espresso Martini According to UGO
Ci sono cocktail che non hanno bisogno di molte presentazioni. L’Espresso Martini è uno di questi: riconoscibile, intenso, capace di mettere insieme due mondi che sembrano fatti per incontrarsi — quello del cocktail e quello del caffè. Ma un grande classico può anche diventare un punto di partenza. Nella nuova cocktail list 2026 di UGO Cocktail Bar – Bistrot, l’Espresso Martini lascia la Terra e prende la direzione di Urano. Il risultato si chiama Uranus: vodka, Amaro Nonino, caffè e amarena, quattro elementi che reinterpretano il carattere del celebre cocktail attraverso lo stile di UGO. Un Espresso Martini diverso dal solito L’idea alla base di Uranus parte da una struttura conosciuta, ma cambia il modo in cui viene raccontata. Il caffè mantiene il ruolo centrale che ci si aspetta da un Espresso Martini, mentre la vodka offre una base pulita sulla quale costruire il resto del drink. È con l’ingresso dell’Amaro Nonino e dell’amarena che il cocktail prende però una direzione propria. L’amaro aggiunge profondità e una componente più complessa alla parte aromatica del caffè. L’amarena introduce invece una nota fruttata che si inserisce tra dolcezza, acidità e sfumature più scure. Non si tratta quindi di cambiare un classico per renderlo irriconoscibile, ma di partire dalla sua identità per costruire qualcosa di nuovo. Vodka, caffè, Amaro Nonino e amarena Quattro ingredienti possono sembrare pochi. In un cocktail, però, semplicità non significa necessariamente facilità. Quando gli elementi sono così riconoscibili, proporzioni e tecnica diventano ancora più importanti. Il caffè non deve coprire tutto il resto, la componente alcolica deve integrarsi nella struttura e la parte più dolce deve accompagnare il drink senza dominarlo. Uranus gioca proprio su questo equilibrio. Il risultato conserva l’intensità che ha reso l’Espresso Martini uno dei cocktail contemporanei più riconoscibili, ma introduce un profilo più italiano grazie all’Amaro Nonino e una sfumatura inattesa attraverso l’amarena. Perché l’Espresso Martini continua a funzionare Pochi cocktail riescono a stare così naturalmente tra momenti diversi della serata. Un Espresso Martini può arrivare dopo cena, essere ordinato al bancone durante una serata o diventare semplicemente il cocktail scelto quando si cerca qualcosa di più intenso e aromatico rispetto a un drink fresco e agrumato. Parte del suo successo nasce proprio da questa identità difficile da confondere. Il profumo del caffè arriva prima ancora del primo sorso, mentre consistenza, temperatura e parte alcolica costruiscono un’esperienza molto diversa da quella di molti altri cocktail. È un classico relativamente moderno, ma ormai occupa un posto preciso nella cultura internazionale del cocktail. Uranus e la Cocktail Odyssey 2026 di UGO Uranus non nasce come cocktail isolato. Fa parte della 2026 Cocktail Odyssey, la nuova carta di UGO costruita come un viaggio attraverso una particolare galassia del bere miscelato. Ogni cocktail prende il nome da un pianeta e interpreta a modo proprio una struttura conosciuta. L’idea è attraversare stili e riferimenti differenti mantenendo una linea comune: partire dalla cultura del cocktail per portarla in una direzione personale. Per Uranus il riferimento è dichiarato: Espresso Martini. Nella carta viene accompagnato dalla frase “42 light-year season. Espresso Martinis only!”, inserendolo perfettamente nel racconto spaziale che accompagna l’intero menu. È un modo ironico di presentare un lavoro che, dietro il bancone, rimane invece estremamente preciso. Espresso Martini sui Navigli: la versione di UGO In una zona come i Navigli di Milano, dove cocktail bar e locali non mancano, una drink list deve avere una propria identità. Da UGO, in Via Corsico, questa identità passa da anni attraverso la miscelazione, la ricerca sugli ingredienti e la reinterpretazione dei cocktail. Uranus segue la stessa filosofia. Non cerca di sostituire l’Espresso Martini classico né di complicarlo inutilmente. Ne riconosce il carattere e lo utilizza come base per raccontare qualcosa di diverso. Vodka, caffè, Amaro Nonino e amarena: pochi elementi, una struttura riconoscibile e abbastanza distanza dall’originale per avere una personalità propria. Un viaggio che comincia dal bicchiere La nuova carta di UGO immagina ogni cocktail come una destinazione. Uranus è una delle prime che possiamo finalmente raccontare anche attraverso la sua immagine reale: un cocktail essenziale nella presentazione, servito in coppa, con il colore profondo del caffè e uno strato chiaro e compatto in superficie. Il resto arriva al primo sorso. Per chi cerca un Espresso Martini a Milano e vuole provare qualcosa che parta dal classico senza fermarsi alla ricetta tradizionale, Uranus rappresenta perfettamente l’approccio di UGO alla mixology. Un Espresso Martini partito per lo spazio. Destinazione: Uranus.
Cocktail Bars in Milan: What Are We Really Looking for When We Go Out for a Drink?
Milano non ha certo un problema di scelta quando arriva il momento di bere un cocktail. Ci sono hotel bar, piccoli locali di quartiere, grandi insegne, cocktail bar nascosti dietro porte quasi anonime e indirizzi che fanno parte della vita notturna della città da anni. Cambiano lo stile, la musica, la clientela e naturalmente quello che arriva nel bicchiere. Eppure, quando diciamo che un cocktail bar ci è piaciuto, raramente stiamo parlando soltanto del cocktail. Quello che cerchiamo in una serata è spesso una combinazione molto più difficile da definire: bere bene, sentirsi nel posto giusto e avere voglia di rimanere ancora un po’. Un buon cocktail rimane il punto di partenza Può sembrare scontato, ma in un cocktail bar a Milano tutto comincia ancora dal bicchiere. Non significa necessariamente cercare la ricetta più complessa o l’ingrediente più insolito. Un grande classico preparato con precisione può essere interessante quanto un cocktail d’autore costruito attraverso tecniche e ingredienti contemporanei. Ciò che conta è l’equilibrio. Distillati, parte aromatica, dolcezza, acidità, amarezza, temperatura e diluizione devono riuscire a convivere senza che uno degli elementi sembri semplicemente aggiunto per impressionare. La tecnica migliore, in fondo, è spesso quella che non ha bisogno di essere spiegata prima di bere. Classico o cocktail d’autore? È una delle scelte che raccontano meglio quanto sia cambiata la cultura del cocktail. Da una parte rimangono Negroni, Martini, Manhattan, Margarita e gli altri grandi classici. Sono ricette conosciute, con una struttura precisa, che continuano a essere ordinate perché funzionano. Dall’altra ci sono i cocktail d’autore, dove il bartender può partire da quelle stesse strutture per esplorare ingredienti, tecniche e combinazioni differenti. Un buon cocktail bar non deve necessariamente scegliere una delle due strade. Le due culture possono convivere dietro lo stesso bancone. Si può entrare con la voglia di bere esattamente il cocktail che conosciamo oppure lasciare che quella stessa sera diventi l’occasione per provare qualcosa che non avremmo ordinato altrove. Il bartender fa ancora la differenza Una drink list può raccontare molto di un locale, ma non può prevedere i gusti di ogni persona che entra. È qui che il bartender diventa parte dell’esperienza. Non tutti conoscono i nomi dei cocktail, i distillati o le differenze tra una preparazione e l’altra. Molto più spesso sappiamo semplicemente cosa ci piace: qualcosa di fresco, amaro, secco, fruttato, intenso oppure non troppo dolce. Trasformare indicazioni così semplici in un cocktail adatto alla persona che si trova davanti è una delle parti più interessanti del lavoro dietro al bancone. E qualche volta il modo migliore per scegliere cosa bere è proprio non scegliere da soli. L’atmosfera non è un dettaglio Poi c’è tutto ciò che non entra nella ricetta. La luce, la musica, il bancone, i tavoli, le persone intorno e persino la strada in cui si trova il locale cambiano il modo in cui viviamo lo stesso cocktail. Milano offre esperienze molto diverse anche a pochi chilometri di distanza. Un cocktail bevuto in centro, in un hotel bar o lungo i Navigli può appartenere alla stessa cultura della miscelazione e allo stesso tempo raccontare serate completamente differenti. Per questo l’atmosfera non è semplicemente qualcosa che circonda il drink. Diventa parte del ricordo che avremo di quella serata. I Navigli e la cultura del cocktail a Milano Quando si parla di cocktail a Milano, i Navigli occupano inevitabilmente uno spazio particolare. Il quartiere è legato da tempo all’aperitivo e alla vita serale, ma negli anni la proposta si è ampliata. Accanto ai locali più immediati si trovano cocktail bar, bistrot e indirizzi con identità molto diverse tra loro. Anche all’interno dei Navigli bastano pochi passi per cambiare atmosfera. Il movimento lungo il Naviglio Grande lascia spazio alle vie laterali, dove la serata può assumere un ritmo più raccolto. Via Corsico appartiene proprio a questa dimensione: vicinissima al canale e allo stesso tempo abbastanza laterale da avere sviluppato una personalità propria. UGO: un cocktail bar in Via Corsico È qui che si trova UGO Cocktail Bar – Bistrot. Il rapporto tra cocktail e atmosfera è parte dell’identità del locale. La ricerca dietro la drink list convive con i grandi classici, mentre vini, birre e cucina bistrot permettono alla serata di non essere costruita necessariamente intorno a un solo drink. UGO non nasce per essere un luogo in cui entrare, bere velocemente e andare via. Il bancone, gli interni, i tavolini e l’atmosfera di Via Corsico fanno parte della stessa esperienza. Si può arrivare durante l’aperitivo, fermarsi per qualcosa dalla cucina oppure raggiungere il locale più tardi, quando la serata sui Navigli è già cominciata. Il miglior cocktail bar è quello in cui vuoi ordinare il secondo Forse è impossibile stabilire in assoluto quale sia il miglior cocktail bar di Milano. Dipende da cosa vogliamo bere, dalla serata, dalle persone con cui siamo usciti e persino dal nostro umore. Qualcuno cerca sperimentazione, qualcuno un Negroni fatto come deve essere, qualcuno un posto elegante e qualcun altro semplicemente un bancone dove sentirsi a proprio agio. Esiste però un segnale molto più semplice. Il primo cocktail può portarci dentro un locale. È quando il bicchiere è quasi vuoto che capiamo veramente come ci siamo trovati. Se invece di chiedere il conto iniziamo a guardare nuovamente la drink list, probabilmente abbiamo già trovato quello che stavamo cercando. Bere bene a Milano significa anche scegliere dove farlo La cultura del cocktail è cresciuta e con lei sono cresciute le possibilità. Oggi possiamo scegliere un locale per la sua drink list, per un bartender, per l’atmosfera o semplicemente perché è diventato uno di quei posti in cui sappiamo di stare bene. Da UGO Cocktail Bar – Bistrot, sui Navigli di Milano, questi elementi cercano di incontrarsi nello stesso spazio: cocktail, ricerca, grandi classici, bistrot e una Via Corsico che vive la notte con un ritmo tutto suo. Perché scegliere dove bere un cocktail non significa soltanto decidere cosa vogliamo avere nel bicchiere. Significa scegliere dove vogliamo trascorrere la serata.
What Time Should You Go to Navigli? The Right Moment Changes the Evening
I Navigli non sono mai esattamente gli stessi. Nel tardo pomeriggio hanno un ritmo, all’ora dell’aperitivo ne acquistano un altro e, quando arriva la sera, cambiano ancora. Le strade si riempiono, si accendono le luci dei locali e quello che poche ore prima era un quartiere da attraversare diventa uno dei punti di incontro più riconoscibili di Milano. Per questo chiedersi a che ora andare sui Navigli ha più senso di quanto sembri. Non esiste necessariamente un orario migliore in assoluto: dipende dall’esperienza che si sta cercando. La differenza tra arrivare alle sei del pomeriggio e arrivare alle dieci di sera può essere quasi quella tra visitare due quartieri diversi. Verso le 18:00: quando i Navigli iniziano a cambiare Il tardo pomeriggio è uno dei momenti più interessanti per vedere il passaggio tra il giorno e la sera. C’è ancora chi passeggia lungo il Naviglio Grande, chi torna dal lavoro, chi si ferma per un primo drink e chi sta semplicemente decidendo dove trascorrere le ore successive. I locali iniziano gradualmente a riempirsi, ma il ritmo non ha ancora raggiunto quello della serata. Per chi preferisce osservare il quartiere con un po’ più di tranquillità, arrivare in questa fascia oraria permette di viverne entrambe le anime: quella del pomeriggio milanese e quella che poco dopo accompagnerà l’aperitivo. È anche il momento in cui si può scegliere un locale senza avere necessariamente la sensazione di dover decidere in fretta. Dalle 19:00: il momento dell’aperitivo sui Navigli Con l’avvicinarsi dell’ora dell’aperitivo, l’atmosfera cambia in modo evidente. I tavolini iniziano a riempirsi, aumentano le persone lungo le strade e il quartiere assume quel carattere conviviale che ha contribuito a rendere i Navigli uno dei luoghi simbolo dell’aperitivo a Milano. È probabilmente la fascia più adatta a chi vuole iniziare la serata con calma: un cocktail, un calice di vino, qualcosa dalla cucina e nessuna particolare fretta di decidere cosa succederà dopo. L’aperitivo sui Navigli, infatti, non deve necessariamente essere un momento separato dal resto della serata. Spesso ne rappresenta semplicemente l’inizio. Tra le 20:00 e le 21:30: quando il quartiere entra nella serata È in questa fascia che i Navigli iniziano probabilmente a mostrare la loro atmosfera più completa. La luce del giorno lascia spazio alle insegne, alle vetrine e ai tavoli illuminati dei locali. Il movimento aumenta, ma non tutto ruota più esclusivamente intorno all’aperitivo. C’è chi sta cenando, chi arriva per il primo cocktail, chi è già al secondo e chi passa da un locale all’altro cercando il posto in cui fermarsi. Per chi visita Milano e vuole vedere i Navigli nel pieno della loro vita serale, questo è uno dei momenti più interessanti. Il quartiere è vivo, ma la notte deve ancora cominciare davvero. Dopo le 22:00: un’altra atmosfera Più tardi cambia ancora tutto. L’aperitivo è ormai alle spalle e i Navigli diventano soprattutto un luogo in cui continuare la serata. Alcuni tavoli si liberano, altri vengono occupati da chi è appena arrivato. Il cocktail prende spesso il posto del calice ordinato all’inizio della serata e il ritmo diventa più notturno. È il momento giusto per chi cerca soprattutto cocktail bar sui Navigli, musica, conversazioni che si allungano e quella sensazione particolare di non avere ancora deciso a che ora tornare a casa. Anche le strade cambiano carattere. La passeggiata lungo il canale diventa parte della notte milanese e le vie laterali offrono un’atmosfera diversa rispetto al passaggio più intenso lungo il Naviglio Grande. Via Corsico: pochi metri possono cambiare il ritmo Una delle caratteristiche più interessanti dei Navigli è che non serve allontanarsi molto dal canale per trovare un’atmosfera differente. Via Corsico ne è un esempio. È nel cuore del quartiere, a pochi passi dal Naviglio Grande, ma possiede una dimensione più raccolta rispetto al passaggio continuo lungo l’acqua. Qui si trova UGO Cocktail Bar – Bistrot, dove il passaggio dall’aperitivo alla sera avviene in modo naturale. Si può arrivare per un primo cocktail e qualcosa dalla cucina, oppure scegliere UGO più tardi, quando la serata è già iniziata e si ha semplicemente voglia di bere bene. È proprio questa libertà a rendere interessante vivere i Navigli senza seguire un programma troppo preciso. Quindi, qual è l’ora migliore per andare sui Navigli? Dipende da quali Navigli si vogliono vedere. Intorno alle 18:00 si assiste alla trasformazione del quartiere. Dalle 19:00 entra nel vivo l’aperitivo. Tra le 20:00 e le 21:30 si incontra forse l’equilibrio più completo tra atmosfera, locali e vita serale. Dopo le 22:00, invece, i Navigli appartengono sempre di più alla notte. Non sono regole e non esiste un momento che funzioni allo stesso modo per tutti. Sono semplicemente modi diversi di vivere la stessa zona. E forse il modo migliore per godersi davvero i Navigli è proprio questo: arrivare in un momento e rimanere abbastanza a lungo da vederli cambiare. Una serata sui Navigli non ha bisogno di un orario preciso Si può arrivare quando c’è ancora luce e ritrovarsi qualche ora dopo davanti a un cocktail senza essersi accorti di quanto tempo sia passato. Oppure raggiungere Via Corsico quando Milano è già entrata nella notte, sedersi e iniziare la propria serata quando quella di altri è cominciata da ore. Da UGO Cocktail Bar – Bistrot, aperitivo, cocktail, vini e cucina bistrot permettono alla serata di trovare il proprio ritmo senza doverlo stabilire prima. Perché sui Navigli l’orario migliore non è necessariamente quello in cui arrivano tutti. È quello in cui arrivi tu e, per un po’, non hai voglia di andare altrove.
Da Milano a Catania: Corey Squarzoni di UGO ospite al Negroni Secret Bar
Un bancone, due città e uno dei cocktail italiani più conosciuti al mondo. Il 22 settembre 2026 Corey Squarzoni, bartender di UGO Cocktail Bar – Bistrot di Milano, sarà protagonista a Catania come guest del Negroni Secret Bar, insieme a Orazio Valenti del Retrò Cocktail Bar di Catania. Una trasferta che porta per una sera l’esperienza maturata dietro il bancone di UGO, sui Navigli di Milano, all’interno di un evento interamente legato alla cultura del cocktail e a un nome che non ha quasi bisogno di presentazioni: il Negroni. Corey Squarzoni: dal bancone di UGO a Catania Chi frequenta UGO conosce il bancone come uno degli elementi centrali del locale. È qui che tecnica, ricerca e rapporto con il cliente si incontrano ogni sera. Ed è da questo contesto che arriva Corey Squarzoni, che il 22 settembre lascerà temporaneamente Via Corsico per raggiungere Catania. La sua partecipazione al Negroni Secret Bar rappresenta anche un’occasione per portare fuori da Milano una parte della cultura del cocktail sviluppata quotidianamente da UGO. Non soltanto ricette, quindi, ma un modo di intendere il lavoro del bartender fatto di conoscenza dei classici, sperimentazione e attenzione all’esperienza di chi si trova dall’altra parte del bancone. Il Negroni, un’icona della cultura cocktail italiana Pochi cocktail riescono a essere immediatamente riconoscibili come il Negroni. Gin, bitter e vermouth rosso costruiscono una ricetta essenziale, diventata nel tempo uno dei simboli della miscelazione italiana nel mondo. Proprio la semplicità della sua struttura lo rende interessante per un bartender. Quando gli ingredienti sono pochi, equilibrio, proporzioni, temperatura e diluizione diventano ancora più importanti. Allo stesso tempo, il Negroni è diventato negli anni un terreno naturale per la mixology contemporanea. La sua struttura riconoscibile permette di sperimentare senza perdere completamente il legame con il cocktail originale. Milano e Catania si incontrano dietro il bancone La serata del 22 settembre metterà insieme due realtà provenienti da città molto diverse. Da una parte UGO Cocktail Bar – Bistrot, in Via Corsico nel cuore dei Navigli di Milano, rappresentato da Corey Squarzoni. Dall’altra Retrò Cocktail Bar di Catania, rappresentato da Orazio Valenti. È uno degli aspetti più interessanti delle guest night nel mondo dei cocktail: bartender e locali escono temporaneamente dal proprio contesto abituale e portano tecniche, idee ed esperienze davanti a un pubblico diverso. Il bancone diventa così un luogo di incontro tra differenti interpretazioni della mixology italiana. La cultura del cocktail va oltre il singolo locale Un cocktail bar costruisce la propria identità ogni sera, davanti ai propri clienti. Ma la cultura della miscelazione cresce anche attraverso incontri, collaborazioni e scambi tra bartender. Partecipare come guest significa confrontarsi con un altro bancone, un’altra città e un pubblico che magari non ha mai visitato il locale da cui si proviene. Per UGO, la presenza di Corey a Catania porta quindi il nome del cocktail bar dei Navigli fuori da Via Corsico e dentro una serata dedicata a una delle espressioni più riconoscibili della cultura italiana del bere. UGO e il rapporto tra cocktail classici e mixology contemporanea Il Negroni rappresenta bene anche una parte della filosofia che caratterizza il lavoro di UGO. I grandi cocktail classici non vengono considerati qualcosa appartenente soltanto al passato. Sono una base da conoscere, rispettare e, quando esiste un’idea precisa, reinterpretare. È lo stesso principio che ritroviamo nella mixology contemporanea: prima viene la conoscenza della struttura di un cocktail, poi arriva la possibilità di esplorare nuove direzioni. Tecnica e creatività non sono quindi due mondi separati. La seconda funziona meglio quando parte dalla prima. Una notte di cocktail tra Navigli e Catania L’appuntamento è per 22 settembre 2026 a Catania. Corey Squarzoni rappresenterà UGO Milano al Negroni Secret Bar insieme a Orazio Valenti del Retrò Cocktail Bar. Per una sera, quindi, una piccola parte dell’atmosfera che ogni giorno vive dietro il bancone di UGO sui Navigli viaggerà per oltre mille chilometri. Da Milano a Catania, passando attraverso la cultura della mixology italiana e uno dei suoi cocktail più iconici. Naturalmente, con un Negroni al centro della storia.
UGO in Navigli: When a Cocktail Bar Becomes a Cult Favorite in Milan
Ci sono locali che si scelgono perché sono nuovi. Altri perché in quel momento sono ovunque: nelle fotografie, nei consigli, nelle conversazioni. E poi ci sono posti che continuano semplicemente a essere scelti. Anno dopo anno, serata dopo serata, diventano parte di un quartiere. Si torna, si portano nuovi amici, qualcuno li scopre per caso e qualcun altro arriva perché ne ha sentito parlare. A un certo punto il nome del locale e quello della zona iniziano quasi naturalmente ad appartenere alla stessa conversazione. Sui Navigli di Milano, UGO Cocktail Bar – Bistrot ha costruito nel tempo proprio questo tipo di rapporto con il quartiere. Più di mille recensioni raccontano qualcosa Una recensione racconta una serata. Più di mille iniziano invece a raccontare la storia di un locale. UGO ha raccolto negli anni oltre 1.300 recensioni su Google, mantenendo una valutazione media di 4,4 stelle. A queste si aggiungono centinaia di recensioni su altre piattaforme dedicate ai locali e alla ristorazione. I numeri, da soli, non spiegano naturalmente perché un posto venga ricordato. La parte interessante emerge leggendo ciò che le persone scelgono di raccontare. Nelle recensioni tornano frequentemente alcuni elementi: i cocktail, l’atmosfera, l’accoglienza, gli interni e quella posizione particolare in Via Corsico, abbastanza vicina al Naviglio Grande da appartenere pienamente alla sua vita serale e allo stesso tempo leggermente appartata rispetto al flusso principale. Un cocktail bar sui Navigli con una propria identità I Navigli non hanno certo bisogno di altri locali. Bar, ristoranti, bistrot e cocktail bar accompagnano praticamente ogni tratto dei canali e delle strade circostanti. In un quartiere con una concentrazione così alta di proposte, essere semplicemente presenti non basta per diventare riconoscibili. UGO ha costruito nel tempo un’estetica difficile da confondere con quella di molti altri cocktail bar sui Navigli. Luci soffuse, carta da parati, quadri, oggetti vintage e un’atmosfera che richiama un vecchio salotto europeo creano uno spazio volutamente lontano dall’immagine del cocktail bar minimale e contemporaneo. È un’identità che compare continuamente anche nei racconti di chi passa da Via Corsico per la prima volta. Il locale viene ricordato non soltanto per ciò che arriva nel bicchiere, ma per il luogo in cui quel bicchiere viene bevuto. Quando l’atmosfera diventa parte del cocktail Possiamo bere lo stesso cocktail in due posti diversi e ricordare le due esperienze in maniera completamente differente. Perché quando usciamo non ricordiamo soltanto una ricetta. Ricordiamo dove eravamo seduti, le persone intorno, la musica, la luce, una conversazione, il bancone e magari il momento preciso in cui abbiamo deciso di ordinare un altro drink invece di andare via. È qui che l’atmosfera smette di essere semplicemente arredamento. In un cocktail bar diventa parte dell’esperienza tanto quanto il bicchiere. E nelle recensioni di UGO questa dimensione ritorna con una frequenza particolare: insieme ai cocktail vengono citati l’ambiente raccolto, gli interni caratteristici e la sensazione di trovarsi in un posto con una personalità propria. Via Corsico e un’altra faccia dei Navigli Anche l’indirizzo ha avuto un ruolo nella storia di UGO. Via Corsico si trova a pochi passi dal Naviglio Grande, ma non coincide con il suo passaggio più continuo. Bastano pochi metri per cambiare prospettiva. È una piccola strada dove tavolini, locali e persone occupano uno spazio più raccolto, pur rimanendo nel cuore della vita serale dei Navigli. Alcune recensioni di UGO sottolineano proprio questo aspetto: essere sui Navigli senza trovarsi completamente immersi nella parte più turistica e affollata del quartiere. Con il tempo, questa posizione è diventata parte dell’identità del locale tanto quanto il bancone o la drink list. I cocktail rimangono al centro L’atmosfera può far entrare in un locale. Per diventare un punto di riferimento, però, serve qualcosa che faccia tornare. Per UGO quel qualcosa passa inevitabilmente dai cocktail. Le recensioni parlano frequentemente della qualità e dell’originalità dei drink, mentre la proposta del bar ha continuato negli anni a muoversi tra grandi classici, interpretazioni personali e cocktail d’autore. La mixology diventa così parte dell’identità del locale senza trasformare la serata in una dimostrazione tecnica. Si può conoscere perfettamente il mondo dei cocktail oppure semplicemente sedersi, raccontare cosa piace e lasciarsi consigliare. È probabilmente anche questa combinazione tra ricerca e informalità ad aver permesso a UGO di costruire un pubblico che va oltre chi frequenta professionalmente il mondo della miscelazione. Milano, turisti e clienti che ritornano C’è un altro elemento interessante nelle recensioni: le lingue cambiano. Italiano, inglese e commenti lasciati da persone arrivate a Milano da altri Paesi raccontano inevitabilmente la natura internazionale dei Navigli. Qualcuno scopre UGO passeggiando lungo il canale. Qualcuno arriva dopo aver cercato un cocktail bar a Milano. Altri raccontano di voler tornare alla visita successiva in città. È una dinamica molto milanese: un locale profondamente legato al proprio quartiere che, proprio grazie alla personalità del quartiere, finisce per essere frequentato da persone provenienti da luoghi completamente diversi. Cosa significa davvero diventare un locale di culto “Locale di culto” è un’espressione che viene utilizzata facilmente. Ma forse non è una definizione che un posto può attribuirsi da solo. La costruiscono il tempo, le persone che ritornano, le recensioni accumulate negli anni, le serate piene e quella strana capacità di rimanere riconoscibili mentre intorno cambiano mode, drink list e generazioni di clienti. Non significa essere perfetti, né piacere necessariamente a tutti. Significa aver costruito un’identità abbastanza forte da essere ricordata. Ed è probabilmente questo il modo più interessante di leggere le oltre mille esperienze lasciate online da chi è passato da UGO. UGO e l’atmosfera dei Navigli di Milano Milano cambia continuamente e i Navigli insieme a lei. Nuovi locali aprono, altri scompaiono, cambiano le abitudini e cambiano i modi di bere. In mezzo a questo movimento, alcuni indirizzi riescono a diventare piccoli punti fermi. Da UGO Cocktail Bar – Bistrot, in Via Corsico 12, continuano a incontrarsi cocktail, tavolini, luci soffuse, persone del quartiere e visitatori che stanno scoprendo Milano. Forse un locale di culto nasce proprio così. Non quando decide di esserlo, ma quando dopo anni c’è ancora qualcuno che entra
Mixology and Cocktails: What It Is and How It Changed the Way We Drink
Un cocktail può essere molto semplice: pochi ingredienti, ghiaccio, le giuste proporzioni. Ma dietro alcuni cocktail c’è un lavoro che va molto oltre l’esecuzione di una ricetta. Si studiano distillati, ingredienti, aromi, tecniche, temperature e consistenze. Si prova, si corregge e qualche volta si riparte da capo. È qui che entra in gioco una parola diventata sempre più comune nel mondo dei cocktail: mixology. Il termine viene spesso utilizzato per descrivere la parte più creativa e sperimentale del lavoro dietro al bancone. Ma la mixology non significa semplicemente preparare cocktail complicati. Alla base rimane sempre la stessa domanda: come mettere insieme ingredienti diversi e trasformarli in un drink che abbia equilibrio, carattere e una propria identità? Cos’è la mixology? La mixology può essere considerata lo studio della costruzione del cocktail. Significa conoscere le caratteristiche di gin, rum, whisky, tequila, vermouth, bitter e liquori, ma anche capire come questi ingredienti reagiscono quando vengono combinati con agrumi, frutta, erbe, spezie, tè, caffè e molte altre componenti. A questo si aggiungono tecnica, temperatura, ghiaccio e diluizione. Anche una variazione apparentemente minima può cambiare profondamente il risultato finale. Per questo mixology e cocktail sono strettamente legati, ma non sono esattamente sinonimi. Preparare bene un cocktail significa saper eseguire una ricetta. La mixology guarda anche a ciò che viene prima: ricerca, sviluppo e costruzione della ricetta stessa. Da dove nasce la mixology? L’idea di studiare e codificare la preparazione dei cocktail non è recente quanto potrebbe sembrare. Già nell’Ottocento, con la crescita della cultura del bar e la pubblicazione dei primi manuali dedicati ai drink, iniziarono a essere raccolte ricette, tecniche e proporzioni. Il cocktail cominciava così a sviluppare un proprio linguaggio. Uno dei nomi più importanti di questa storia è Jerry Thomas, bartender americano che nel 1862 pubblicò How to Mix Drinks, uno dei primi grandi riferimenti scritti dedicati alla preparazione dei cocktail. Da allora la cultura del cocktail ha attraversato epoche molto diverse. Alcune ricette sono diventate grandi classici, altre sono scomparse, altre ancora sono state recuperate e reinterpretate dai bartender contemporanei. La mixology moderna nasce anche da questa eredità: conoscere ciò che è stato fatto prima per capire dove è possibile andare dopo. Dai cocktail classici alla mixology contemporanea Negroni, Martini, Manhattan, Daiquiri, Margarita e molti altri grandi cocktail continuano a essere fondamentali perché hanno strutture precise e riconoscibili. Per un bartender rappresentano quasi una grammatica. Conoscere l’equilibrio tra parte alcolica, dolcezza, acidità e amarezza permette infatti di comprendere perché determinate ricette funzionano e come possono essere reinterpretate. La mixology contemporanea parte spesso proprio da qui. Un cocktail conosciuto può essere scomposto, osservato e ricostruito utilizzando ingredienti differenti, senza necessariamente perdere il legame con la struttura originale. È uno dei motivi per cui oggi in un cocktail bar possiamo trovare fianco a fianco grandi classici e cocktail d’autore completamente nuovi. Cosa rende un cocktail un cocktail d’autore? Aggiungere un ingrediente insolito non basta. Un cocktail d’autore dovrebbe avere un’idea riconoscibile e, soprattutto, funzionare nel bicchiere. La ricerca può partire da un distillato, da un aroma, da un ingrediente stagionale, da un ricordo oppure dalla reinterpretazione di un cocktail classico. Da quel punto inizia un processo fatto di prove e proporzioni. Alcuni ingredienti vengono eliminati, altri modificati. Una componente può essere infusa, un aroma può essere utilizzato in una forma diversa, la dolcezza può essere ridotta o l’amarezza accentuata. Il cliente, naturalmente, non deve pensare a tutto questo mentre beve. La complessità appartiene alla preparazione. Nel bicchiere dovrebbe rimanere soprattutto un cocktail piacevole, equilibrato e riconoscibile. Mixology a Milano: una cultura del cocktail sempre più ampia Negli ultimi anni la cultura del cocktail a Milano ha dato sempre più spazio alla ricerca e alla sperimentazione. Accanto ai grandi classici, molti cocktail bar propongono drink originali costruiti attraverso ingredienti meno convenzionali, tecniche contemporanee e interpretazioni personali dei bartender. I Navigli fanno naturalmente parte di questa scena. Il quartiere rimane uno dei punti di riferimento della vita serale milanese, ma bere un cocktail sui Navigli oggi può significare esperienze molto diverse: dal classico aperitivo a una drink list pensata come un vero percorso. Ed è proprio in questa seconda direzione che si inserisce UGO. Come UGO interpreta la mixology Da UGO Cocktail Bar – Bistrot, in Via Corsico sui Navigli, la mixology non viene presentata come un esercizio tecnico fine a se stesso. La drink list Cocktail 2026 Odyssey utilizza invece la ricerca per costruire un viaggio. Ogni proposta possiede una propria identità e mette insieme distillati, ingredienti e riferimenti alla cultura classica del cocktail con combinazioni meno prevedibili. Gin, whisky, tequila, mezcal, rum e vodka incontrano elementi come tè, foglia di fico, rosa, betulla, mirtillo selvatico, crisantemo, caffè e amarena. Alcuni cocktail partono inoltre da strutture conosciute – dal Negroni al Manhattan, dalla Margarita allo Spritz – per prendere poi una direzione differente. È un modo di intendere la mixology che parte dalla conoscenza dei cocktail classici ma non si ferma alla loro riproduzione. La tecnica rimane dietro al bancone. Quello che arriva al cliente è il risultato della ricerca. Cocktail d’autore e grandi classici possono convivere La crescita della mixology non ha reso meno importanti i cocktail classici. È successo quasi il contrario. Più aumenta la possibilità di sperimentare, più diventa importante conoscere le basi. Anche nella proposta di UGO questa relazione rimane evidente. La drink list affianca le creazioni contemporanee a una selezione di classici e agli UGO’s Classics, cocktail diventati parte dell’identità del locale. Per chi beve significa poter scegliere. Si può cercare qualcosa di conosciuto oppure lasciare che un riferimento familiare diventi il punto di partenza per scoprire qualcosa di nuovo. Dove bere cocktail d’autore sui Navigli Cercare un cocktail bar sui Navigli non significa necessariamente cercare soltanto un posto dove bere qualcosa. Per chi è interessato alla mixology, anche la drink list può diventare parte dell’esperienza: racconta il modo in cui un locale interpreta i cocktail, quali ingredienti sceglie e quanto spazio lascia alla sperimentazione. Da UGO Cocktail Bar – Bistrot in Via Corsico, la risposta prende la
Bartenders in Milan: The Work Behind the Bar at a Cocktail Bar
Quando un cocktail arriva al tavolo, il lavoro sembra durato pochi minuti. Una bottiglia, qualche ingrediente, il ghiaccio, pochi gesti dietro il bancone e il bicchiere è pronto. Dal punto di vista di chi sta bevendo, è esattamente così che dovrebbe apparire: naturale. Quello che non si vede è tutto ciò che è successo prima. Perché una buona parte del lavoro di un bartender avviene quando davanti al bancone non c’è ancora nessuno. La serata comincia molto prima del primo cocktail Prima che arrivino i primi clienti, il bar deve essere pronto. Ingredienti, preparazioni, garnish, ghiaccio, bicchieri e strumenti devono essere organizzati in modo che, quando il ritmo aumenta, ogni cosa sia esattamente dove serve. In una cocktail list contemporanea molte preparazioni vengono realizzate in anticipo. Infusioni, sciroppi, ingredienti freschi e altre componenti possono richiedere tempo e precisione prima ancora di entrare in un bicchiere. È una parte poco visibile del lavoro, ma determina ciò che succederà durante tutta la serata. Conoscere una ricetta non basta Le ricette si possono imparare. Il lavoro del bartender, però, non finisce con le dosi. Bisogna conoscere i distillati, capire come cambiano quando incontrano altri ingredienti e sapere cosa succede modificando temperatura, diluizione o proporzioni. Un cocktail con pochi ingredienti può essere persino più difficile da gestire di uno apparentemente complesso. Quando la struttura è essenziale, ogni piccolo errore diventa immediatamente percepibile. La tecnica serve proprio a questo: fare in modo che precisione e conoscenza non diventino protagoniste, ma rimangano dietro al risultato finale. Capire cosa vuole bere qualcuno Poi arriva la parte che nessuna ricetta può insegnare completamente. “Vorrei qualcosa di fresco, ma non troppo dolce.” “Mi piace il gin, però vorrei provare qualcosa di diverso.” “Non so cosa prendere.” Dietro richieste così semplici ci sono gusti molto diversi. Un bartender deve riuscire ad ascoltarli, fare le domande giuste e trasformare poche indicazioni in una scelta sensata. A volte significa suggerire qualcosa di nuovo. Altre volte significa capire che quella sera il cliente vuole semplicemente un grande classico preparato come deve essere. Saper distinguere le due cose fa parte del mestiere. Il ritmo dietro al bancone Ci sono momenti in cui il bar cambia velocità. Gli ordini arrivano insieme, qualcuno sta scegliendo cosa bere, un altro cliente vuole chiedere qualcosa e diversi cocktail devono uscire quasi contemporaneamente. È in questi momenti che l’organizzazione preparata prima dell’apertura diventa fondamentale. Velocità, però, non significa semplicemente fare tutto più in fretta. Significa mantenere precisione mentre il ritmo aumenta. Il cocktail ordinato quando il locale è pieno dovrebbe ricevere la stessa attenzione di quello preparato all’inizio della serata. Un bartender lavora anche quando sembra fermo Da fuori può sembrare che tra un ordine e l’altro non stia succedendo molto. In realtà il bancone viene continuamente rimesso in ordine, gli ingredienti controllati, il ghiaccio gestito, i bicchieri preparati e la postazione riportata nelle condizioni necessarie per affrontare l’ordine successivo. È un lavoro fatto di piccoli gesti ripetuti centinaia di volte. Quando vengono eseguiti bene, quasi nessuno li nota. Ed è probabilmente un buon segno. Il bartender non prepara soltanto cocktail C’è infine una parte del lavoro più difficile da misurare. Un cocktail bar è anche uno spazio sociale. C’è chi vuole parlare, chi preferisce osservare, chi arriva con un gruppo di amici e chi sceglie di sedersi al bancone da solo. Il bartender si trova esattamente nel punto in cui tutte queste serate si incontrano. Essere presenti senza essere invadenti, capire quando raccontare un drink e quando lasciarlo semplicemente bere, ricordare una preferenza o scambiare due parole: sono dettagli che non compaiono in nessuna ricetta, ma possono cambiare completamente l’esperienza di un locale. Dietro il bancone di UGO sui Navigli Da UGO Cocktail Bar – Bistrot, in Via Corsico sui Navigli di Milano, il bancone è naturalmente il centro di questo lavoro. È qui che i cocktail della drink list prendono forma, ma è anche il punto da cui si costruisce buona parte del ritmo della serata. Tecnica e ingredienti sono fondamentali, ma da soli non bastano. Un cocktail viene preparato per qualcuno, in un momento preciso, all’interno di un’esperienza che comincia prima del primo sorso e continua dopo che il bicchiere ha lasciato il bancone. Quando tutto sembra semplice Forse il lavoro dietro al bancone riesce meglio proprio quando il cliente non pensa a tutto questo. Ordina, parla con gli amici, osserva il bartender preparare il drink per qualche secondo e poco dopo ha il cocktail davanti. Niente sembra particolarmente complicato. Ma dietro quei pochi minuti ci sono preparazione, memoria, tecnica, organizzazione, attenzione e centinaia di piccoli gesti imparati con il tempo. Il risultato finale è un bicchiere. Il lavoro per farlo sembrare così semplice è tutto quello che rimane dall’altra parte del bancone.
From Negroni to Spritz: How UGO Reinterprets the Great Cocktail Classics
Ci sono cocktail che non hanno bisogno di presentazioni. Negroni, Manhattan, Margarita, Spritz: nomi entrati nella cultura del bere e diventati punti di riferimento per generazioni di bartender. Un grande classico, però, non deve necessariamente rimanere immobile. Può diventare un punto di partenza, conservando qualcosa della propria identità e aprendosi allo stesso tempo a ingredienti, profumi e combinazioni completamente nuovi. È da questa idea che nasce parte della nuova drink list di UGO Cocktail Bar – Bistrot, in Via Corsico sui Navigli: cocktail conosciuti cambiano prospettiva e diventano tappe di un viaggio che attraversa pianeti, distillati e sapori. Mars: il Negroni secondo UGO Il viaggio può iniziare da uno dei cocktail italiani più riconoscibili: il Negroni. Nel Mars, UGO mantiene alcuni dei suoi riferimenti fondamentali – Bombay Dry Gin, Campari e vermouth dolce – ma introduce banana e tè Oolong. Due elementi che spostano il drink verso un territorio diverso senza cancellarne completamente le origini. Il risultato nasce proprio dal contrasto tra qualcosa di familiare e qualcosa di inatteso. Il Negroni rimane il riferimento, ma il percorso cambia. Non a caso, nella drink list viene presentato come un Negroni con un twist marziano. Mercury: un Manhattan visto al contrario Anche il Manhattan appartiene a quella categoria di cocktail immediatamente riconoscibili per struttura e carattere. Su Mercury, però, le proporzioni e gli ingredienti prendono un’altra direzione. Il Mercury è costruito con J.W. Black Label Whisky, Punt & Mes Vermouth e Sherry Pedro Ximénez, accompagnati da menta e finocchio selvatico. UGO lo definisce un Reverse Manhattan. Il riferimento al classico rimane evidente, mentre vermouth, sherry e componente aromatica costruiscono una personalità propria. È un esempio di come una ricetta storica possa diventare la base per qualcosa di contemporaneo senza perdere il legame con ciò che l’ha ispirata. Neptune: la Margarita cambia paesaggio Tequila e lime bastano per evocare immediatamente un altro grande classico: la Margarita. Nel Neptune, Espolòn Tequila e lime incontrano betulla e mirtillo selvatico. La struttura conosciuta diventa così il punto di partenza per un cocktail che porta nel bicchiere ingredienti decisamente meno prevedibili. È forse qui che il concetto della drink list emerge con maggiore chiarezza. Non si tratta di cambiare un cocktail soltanto per renderlo diverso, ma di utilizzare una struttura riconoscibile per esplorare un’altra direzione. Earth: il Mezcal Mule torna alle radici Nel passaggio sulla Terra, il viaggio cambia ancora carattere. Earth parte dall’idea del Mule, ma utilizza Mezcal Verde insieme a ginger, tè Sencha e Matcha, lime e soda. La componente affumicata del mezcal incontra così la freschezza del lime, la nota pungente dello zenzero e il carattere vegetale del tè. Il riferimento è il Mezcal Mule, ma ancora una volta UGO non si limita a riprodurne la struttura. Il cocktail viene reinterpretato attraverso ingredienti che ne definiscono una nuova identità. Jupiter: un’altra idea di Spritz Pochi cocktail sono legati alla cultura italiana dell’aperitivo quanto lo Spritz. Proprio per questo reinterpretarlo significa confrontarsi con qualcosa che tutti pensano di conoscere. Con Jupiter, UGO prende una strada molto diversa dalle versioni più diffuse. Nel bicchiere troviamo vermouth bianco, crisantemo e sidro di mela e pera. Rimane l’idea di un drink immediato e conviviale, ma cambiano completamente i riferimenti aromatici. È uno Spritz che utilizza la familiarità della sua struttura per portare verso sapori meno scontati. Saturn: la Colada cambia orbita Anche la Colada possiede un immaginario molto preciso. Rum e cocco bastano quasi da soli a richiamarlo. Nel Saturn, Santa Teresa Rum e cocco rimangono al centro della composizione, ma vengono affiancati da popcorn, mais morado e lime. La parte tropicale incontra così note completamente diverse, mantenendo un legame con il cocktail di partenza senza trasformarlo in una semplice variazione della ricetta originale. È probabilmente uno degli esempi più immediati della filosofia della drink list: riconoscere qualcosa e, subito dopo, accorgersi di essere arrivati altrove. Non solo reinterpretazioni: i cocktail di UGO La Cocktail 2026 Odyssey non si limita a rileggere i grandi classici. Ogni drink è inserito all’interno di un percorso più ampio, dove pianeti e ingredienti costruiscono una sorta di viaggio attraverso modi differenti di bere. Accanto a Mars, Mercury, Neptune, Earth, Jupiter e Saturn troviamo altre creazioni come Venus, preparato con Ginarte Dry Gin, rosa, foglia di fico e acqua tonica, e Uranus, dove vodka, Amaro Nonino, caffè e amarena reinterpretano il mondo dell’Espresso Martini. Ci sono poi gli UGO’s Classics e una selezione alcohol free, a conferma di una drink list che non segue un’unica direzione ma lascia spazio a esperienze molto diverse tra loro. Bere un cocktail sui Navigli, partendo da qualcosa che conosci Ordinare un cocktail classico ha qualcosa di rassicurante. Sappiamo più o meno cosa arriverà e quali sensazioni aspettarci. Una reinterpretazione parte dalla stessa familiarità, ma introduce una possibilità diversa: riconoscere l’origine del drink e scoprire, sorso dopo sorso, dove è stato portato. Da UGO Cocktail Bar – Bistrot, sui Navigli di Milano, questa idea diventa il filo conduttore di una parte importante della drink list 2026. Dal Negroni di Mars allo Spritz di Jupiter, passando per Margarita, Manhattan, Mule e Colada, i grandi cocktail non vengono dimenticati. Diventano coordinate da cui partire per andare un po’ più lontano.
The Balance of a Good Cocktail
Un cocktail può avere ingredienti eccellenti, una presentazione impeccabile e una ricetta originale. Ma se manca l’equilibrio, qualcosa nel bicchiere semplicemente non funziona. È una sensazione che si riconosce facilmente, anche senza conoscere la mixology. Un sapore domina troppo, l’alcol copre tutto il resto oppure la dolcezza rimane più a lungo di quanto dovrebbe. Quando invece un cocktail è ben costruito, nessun elemento sembra fuori posto. Ed è proprio questa naturalezza, spesso difficile da spiegare, a rappresentare una delle qualità più importanti di un buon drink. Cosa significa davvero equilibrio in un cocktail Parlare di equilibrio non significa cercare sapori neutri o rendere tutti i cocktail simili tra loro. Un drink può essere intenso, amaro, fresco, secco o decisamente aromatico e rimanere perfettamente equilibrato. Ciò che conta è il rapporto tra le diverse componenti e il modo in cui si susseguono dal primo sorso fino alla sensazione finale. Dolcezza, acidità, parte alcolica, amarezza e aromi devono trovare uno spazio preciso. Non necessariamente uguale, ma coerente con il carattere che il cocktail vuole avere. Dolce, acido, amaro: una questione di proporzioni Molti cocktail nascono dall’incontro di elementi molto diversi. Gli agrumi portano freschezza e acidità, sciroppi e liquori possono aggiungere dolcezza, mentre bitter e alcuni distillati introducono note più amare o profonde. Presi singolarmente, alcuni di questi ingredienti possono risultare persino aggressivi. È il modo in cui vengono combinati a trasformarli in qualcosa di armonioso. A volte bastano pochi millilitri in più o in meno per cambiare completamente un drink. È per questo che dietro una ricetta apparentemente semplice esiste spesso un lavoro di precisione che nel bicchiere finale non si vede. Anche il distillato deve trovare il proprio spazio Gin, rum, whisky, tequila e gli altri distillati non sono semplicemente la componente alcolica di un cocktail. Ognuno porta aromi e caratteristiche che influenzano profondamente il risultato. In alcuni drink il distillato deve essere immediatamente riconoscibile. In altri diventa parte di un insieme più complesso, dialogando con ingredienti freschi, liquori, bitter o spezie. Un cocktail equilibrato non cerca necessariamente di nascondere la forza dell’alcol. Cerca piuttosto di integrarla nel gusto complessivo. Il ruolo invisibile dell’acqua Tra gli ingredienti più importanti di molti cocktail ce n’è uno che raramente compare nella drink list: l’acqua. Durante la miscelazione o lo shaking, il ghiaccio si scioglie lentamente e modifica la struttura del drink. Questa diluizione controllata riduce l’impatto dell’alcol, apre gli aromi e contribuisce a raggiungere la consistenza desiderata. Troppa acqua può rendere il cocktail debole. Troppo poca può lasciarlo duro e poco armonioso. Anche qui, la differenza si trova nell’equilibrio. La temperatura cambia la percezione Lo stesso cocktail servito a temperature diverse può sembrare quasi un altro drink. Il freddo modifica il modo in cui percepiamo dolcezza, alcol e aromi. Per questo ghiaccio, bicchiere e tecnica di preparazione non sono dettagli puramente estetici, ma parti della ricetta. Un Martini, un Negroni o un Daiquiri hanno strutture molto diverse, ma in tutti e tre i casi temperatura e diluizione contribuiscono in modo decisivo al risultato finale. L’equilibrio nei cocktail di UGO Da UGO Cocktail Bar – Bistrot, in Via Corsico sui Navigli, l’equilibrio è uno dei punti di partenza nella costruzione di ogni drink. Vale per i cocktail d’autore, dove ingredienti e proporzioni vengono sviluppati fino a trovare una propria identità, ma anche per i grandi classici, nei quali una ricetta apparentemente conosciuta lascia comunque spazio alla precisione di chi la prepara. L’obiettivo non è rendere ogni cocktail facile o prevedibile. Alcuni possono essere freschi e immediati, altri più intensi o complessi. Ciò che li accomuna è la ricerca di un risultato in cui ogni elemento abbia una ragione per essere nel bicchiere. Quando non serve aggiungere altro Forse il segnale più evidente di un cocktail equilibrato arriva quando non si sente il bisogno di analizzarlo. Il primo sorso porta naturalmente al secondo. Gli ingredienti si riconoscono senza competere tra loro e il carattere del drink rimane chiaro fino alla fine. È allora che tutto il lavoro fatto dietro al bancone quasi scompare. E spesso è proprio questo il risultato più difficile da ottenere: far sembrare semplice qualcosa che semplice non è.














